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Nonna Elvira

di aruzza (12/05/2007 - 21:46)

Un armadio, due sedie, un tavolo, due letti sistemati uno di fianco all'altro. Nonna Elvira condivide l’esiguo spazio con un'altra ospite della Casa di Riposo, la signora Leonida. Sta reclusa a Villa Maddalena da ormai cinque anni. Vengo a trovarla il sabato pomeriggio quando non sono impegnata con il mio lavoro in ospedale, ma ogni volta mi si stringe il cuore per la commozione.
   Oggi è sabato e non lavoro. Ne ho approfittato per venirla a trovare.
     Nonna è seduta accanto al letto. Ha lo sguardo assente, perso nel vuoto. La compagna di stanza, la signora Leonida, non è presente nella camera. Se n'è andata a passeggio per il parco.
     - Ciao, nonna! Sono io, Erika. Come stai?
     Nonna ruota il capo nella mia direzione. Mi fissa a lungo senza pronunciare una sola parola. Il viso è solcato da rughe profonde. Gli occhi sono lucidi. Mi fa un sorriso, ma anche stavolta sembra non riconoscermi.
     - Mamma si è raccomandata che ti portassi dei biscotti da mettere nel latte. Ti ho portato i tuoi preferiti. I Bucaneve, te li ricordi vero?
     Tolgo dalla borsa una confezione di dolcetti e l'appoggio sul tavolo. Quando scorge l'involucro un sorriso prende di forma sul suo viso. La mano tremula afferra il sacchetto e lo avvicina al petto.

    Nonna Elvira ha ottantadue anni. E’ nata il 9 maggio del 1920. Il padre di mestiere faceva l'orologiaio, la madre la casalinga. Sesta ed ultima nata di altrettanti fratelli ha trascorso tutta l'infanzia e l'adolescenza in collegio dalle suore. I genitori, indigenti, l'avevano affidata all'Istituto della Misericordia alla età di sei anni. Fra le mura del collegio aveva consumato la primavera della vita restandovi rinchiusa sino alla maggiore età.
     A Nonna Evira non è mai piaciuto parlare del periodo in cui è rimasta confinata in collegio. Da piccola quando facevo i capricci e rifiutavo di mangiare la minestra mi raccontava della fame che aveva patito negli anni vissuti in collegio, della mancanza di affetti, della solitudine e delle lacrime versate.
     Raccontava che sua madre andava a farle visita una volta al mese, trascorrevano insieme solo pochi minuti, dopodiché se ne tornava a casa lasciandola di nuovo sola per andare ad accudire gli altri cinque figli.
    Durante la permanenza  nell'Istituto femminile raramente le capitava di uscire da quelle mura. Accadeva solo in particolari circostanze come in occasione dei funerali di qualche benestante. In quel caso lei e le compagne erano costrette dalle suore, che ne ricavavano un misero profitto, ad assistere alla cerimonia funebre cantando inni sacri in onore della salma.

    Dalla finestra, l’unica della stanza, entra qualche raggio di sole. Guardo nel parco e scorgo gli anziani seduti sulle panchine.
     - Hai voglia di fare quattro passi nel parco?
     - No, oggi non ne ho voglia. Desidero tornare a casa. Quand'è che torniamo a casa?
     La domanda ha il peso di un pugno allo stomaco. Non so cosa risponderle.
     - C'è Luigi che mi aspetta, se torna a casa e non mi trova si arrabbia, dovresti saperlo.

   Luigi, mio nonno, è morto cinquant'anni fa. Lui e nonna Elvira si erano sposati da pochi mesi quando Mussolini fece scendere in guerra l’Italia a fianco della Germania. Era incinta di sei mesi e suo marito fu chiamato alle armi. Spedito a combattere una guerra inutile sul fronte albanese, l'8 settembre 1943 fu catturato dai soldati tedeschi e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Quando il suo cadavere bruciò dentro uno dei forni crematori aveva solo 27 anni.
     Nonna Elvira non ha conosciuto altro uomo all'infuori del suo Luigi. A lui è rimasta fedele per tutta la vita. Sul comodino, vicino al letto, due piccole cornici argentate contengono le fotografie degli uomini della sua vita: Luigi, suo marito e Sergio, mio padre.
     I ritratti, entrambi ingialliti, sono una delle poche cose che si è portata dietro quando l'abbiamo accompagnata in questo luogo.

   Ieri ho compiuto trent'anni. Sono ancora giovane. Eppure la mia vita è costellata da una lunga serie di errori. Uomini sbagliati, tradimenti, aborti. Ho vissuto pericolosamente, infischiandomene di tutto e di tutti, soddisfacendo ogni tipo di piacere. Quando vengo in questo luogo e scorgo sul comodino l'immagine ingiallita di nonno Luigi non posso fare a meno di mettere in discussione il mio modo d'intendere la vita.

   Il buio della sera fa capolino sulla cinta muraria della Casa di Riposo. Fra poco verrà servita la cena. La compagna di stanza di nonna è tornata dalla passeggiata. Insieme a lei apparecchio la tavola.
     - Ma lo sa che lei è una gran bella ragazza. Com'è fortunato chi la sposerà.
     - Io non ho nessuno signora, nessuno... -  rispondo.
     Poco più tardi, quando nonna ha terminato di cenare l'aiuto a mettersi a letto. Le faccio dono di un ultimo bacio e l’ carezzo sulla guancia, poi fuggo dalla Casa di Riposo.
     Quando raggiungo casa m'infilo nel box della doccia e subito dopo sono pronta per uscire a divertirmi. E' sabato sera. Ho tutta la notte davanti a me, anche stavolta sono certa che troverò qualcuno in grado di lenire la mia solitudine.

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La marmista

di aruzza (06/04/2007 - 17:39)

Affacciata alla finestra della sua abitazione la Marmista volgeva lo sguardo verso il portone d’ingresso. Il busto sporgeva dal davanzale e le tette sembravano uscirle dagli argini del reggiseno. Un raggio di sole, intrufolatosi nello stretto vicolo, le illuminava il viso. Teneva i gomiti saldi sul davanzale e con il palmo delle mani sorreggeva la mandibola mentre guardava da basso. Non aveva clienti in camera ed era sola in casa. Chiunque, transitando sotto la sua abitazione, vedendola affacciata alla finestra, l'avrebbe scambiata per una casalinga e non per quello che era.
     Come molte sue coetanee, ricche di bella presenza e di aspettative non soddisfatte, era giunta in città intenzionata a frequentare l'Università. Alle prime difficoltà aveva interrotto gli studi e si manteneva esercitando un mestiere che le procurava molte soddisfazioni e parecchio denaro.
     Monica è un tipo di donna speciale, forse unica, perlomeno nel modo in cui esercita la sua professione. Il soprannome di Marmista le è stato attribuito dai clienti, forse perché stupiti dalla consistenza delle tette che taluni sostengono essere compatte come il marmo.
     D'abitudine veste con magliette aderenti e profonde scollature a V. Un tipo di abbigliamento che mette in dovuto risalto l'incavo fra le mammelle, le cui forme sono di una straordinaria bellezza. Incontrandola a passeggio, nelle rare volte che esce da casa, gli uomini restano incantati dai sobbalzi delle rotondità che dimoravano nel suo petto. Alta un metro e ottanta possiede gambe lunghe e affusolate che le conferiscono un aspetto da modella. Il bacino, non molto largo, si stringe sui fianchi stretti. Il viso, asciutto, è caratterizzato dal colorito rosato delle guance e dalle labbra carnose. I capelli, lunghi fino alle spalle, hanno riflessi dorati e suggeriscono l’immagine di donna nordica. Lei invece è nata a La Spezia.

La Marmista se ne stava affacciata alla finestra in attesa che sopraggiungessero i clienti quando, d'improvviso, una autovettura sbucò dal fondo del vicolo e venne a fermarsi dinanzi al suo portone di casa. La portiera dell'autovettura si aprì e dall'abitacolo uscì fuori un uomo dell'apparente età di cinquant'anni. Aprì il portellone nella parte posteriore del veicolo e sospinse una carrozzella di quelle pieghevoli, in uso agli invalidi, fuori dall’autovettura. Spostò il mezzo a due ruote sino al lato opposto rispetto a quello del guidatore. Aprì la portiera e con la forza delle braccia trasportò un giovane paraplegico sul sedile della carrozzella, dopodiché sospinse il mezzo verso il portone dell'abitazione della Marmista. 
     Monica li salutò con un cenno della mano, poi si levò dal davanzale. Dopo pochi istanti la serratura del portone si aprì. I due fecero il loro ingresso nell'edificio lasciando che l'uscio si chiudesse alle loro spalle.
     Trascorse poco più di mezzora e il portone si schiuse di nuovo. Dal portone emerse la figura del ragazzo seduto sulla carrozzina. Di seguito l'uomo che la spingeva. Il viso del giovane non era più corrucciato come si era mostrato prima che facesse visita alla Marmista. L'uomo trascinò il ragazzo sul seggiolino dell'automobile, ripiegò la carrozzina su sé stessa e la ripose nel portabagagli. Si mise alla guida dell'automezzo e ripartì.
     Passò una decina di minuti e sopraggiunse una signora anziana. Il suo passo era incerto, un bastone da passeggio l'aiutava a reggersi in piedi. Teneva per mano un giovanotto spastico che si contorceva su sé stesso. La donna, giunta dinanzi al portone premette il pulsante di un campanello. La Marmista si affacciò alla finestra, sorrise, e comandò l'apertura della porta. 

Dopo mezzora i due clienti uscirono dal portone. Apparentemente soddisfatti presero la direzione di Via D’Azeglio e scomparvero alla vista della Marmista che si era di nuovo affacciata alla finestra. Nel frattempo un uomo anziano fece la sua comparsa all'inizio del vicolo. Si mostrava malfermo sulle gambe ed il suo passo era incerto. S'intuiva che era preoccupato. Il viso mostrava evidenti segni di preoccupazione. Era la prima volta che si recava dalla Marmista. La donna gli era stata indicata dagli amici della bocciofila. Sapeva che la tariffa praticata dalla ragazza era molto salata, ma gli avevano assicurato che la spesa sarebbe stata adeguata ai benefici che ne avrebbe tratto. Giunto dinanzi al portone si mise a leggere i nomi impressi sui campanelli. Gli occhi andarono a posarsi sul secondo pulsante partendo dal basso. La scritta era chiara:

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Donne in amore

di aruzza (11/03/2007 - 17:37)

Camminavamo, mano nella mano, sull'acciottolato di pietre e sassi che conduce al laghetto del Parco Ducale. Annodato sulle spalle tenevi un pullover di cachemire, a coste, di colore rosa. Le maniche ti ciondolavano nel solco dei seni ed io stavo lì, a rimirarti, stupita dalla tua bellezza.
     Le ombre della sera facevano capolino dietro la fontana del Trianon, isolata nel mezzo della peschiera, illuminata a giorno da potenti fari. L'acqua usciva a fiotti dalla sommità dell'imponente fontana, di grande pregio artistico, riversandosi da un invaso all'altro, eseguendo piccoli salti, disperdendosi nelle limpide acque del laghetto. Poco lontano da noi, sotto un lampione, una coppia di giovani innamorati si scambiava delicate carezze e baci appassionati. Guardandoci intorno scoprimmo che non eravamo sole, altre vite s'intrecciavano alle nostre quelle sere.
     Insegnavamo nello stesso liceo, eppure c'eravamo sempre ignorate, perlomeno fino al giorno in cui mi capitò d'incontrarti, per caso, al chiosco delle bibite del Parco Ducale. Quel pomeriggio me ne stavo seduta ad un tavolo, bevendo un caffè all'ombra dei castagni, intenta a leggere le pagine di un libro, quando arrivasti tu.
     - Posso sedermi?
     Senza rendermene conto, contrariamente alle mie abitudini, incominciai a raccontarti della mia vita e tu di concerto della tua. Sapevo che eri sposata e non avevi figli, tuttavia non ti chiesi se era una scelta tua e di tuo marito. Ti mostrati poco indiscreta chiedendomi ragione del mio essere single. Imbarazzata tardai a risponderti, avevo intuito qual era l'inconfessato fine della tua domanda, ma non volevo tediarti con false affermazioni.
     - Ti piace leggere?
     - Sì, molto. Prendo libri in prestito alla biblioteca civica, ce n'è a disposizione un'ampia scelta.
     - Mah... io preferisco comprarmeli per averli a disposizione sugli scaffali di casa se mi va di rileggerli.
     - No, non la penso così. La vera ricchezza sta nella sapienza e nella conoscenza delle cose che acquisiamo quando leggiamo, non sta nella carta che resta ad ammuffire negli scaffali, difficilmente mi è capitato di rileggere un romanzo.
     - Che genere di libri leggi?
     - Narrativa, più che altro.
     - Perché?
     - Mi piace chiudere gli occhi e proiettarmi con la mente altrove inseguendo le avventure dei personaggi protagonisti dei racconti.
     - Qual è il libro che stai leggendo?
     - Hmm... un romanzo di Isabella Santacroce: Fluo.
     - Di cosa parla?
     - E' la storia di un'adolescente, alle soglie del suo diciottesimo compleanno, e di un'estate trascorsa a Riccione in giro per luoghi abitati da un mondo che rifugge la normalità degli adulti.
     - Bello?
     - Sì.
     - E tu da cosa fuggi? 

   Camminando per la strada sterrata che costeggiava la peschiera mi sentivo tranquilla accanto a te, come non mi m'era accaduto con nessuna altra donna. Ci fermammo a guardare un gruppo di anatroccoli che in fila indiana transitavano a poca distanza dalla riva. Volgesti lo sguardo sugli animali e restai a fissarti incantata dalla tua figura. La gonna elasticizzata, la camicetta bianca, un bordo di rossetto sulle labbra, i capelli biondi a scendere sulle spalle e il maglione a tracolla, erano tutti elementi che servivano a fare di te una donna irreale.
     - Ti piacciono le anatre?
     - Che?
     - Ti ho chiesto se ti piacciono le anatre.
     - Beh, diciamo che riesco ancora a stupirmi nel vedere quegli anatroccoli disposti in fila indiana dietro la madre.
     - Ami una vita libera?
     - Non proprio.
     - E allora cosa? 

   Davanti a noi, sulla carreggiata asfaltata, una donna spingeva un bimbo seduto su di un velocipede a tre ruote che pareva non volerne sapere di pedalare. Poco più in là un anziano signore governava un collie barbuto dall'aspetto massiccio e dal mantello fulvo-rossiccio, all'apparenza molto festoso.
     - Deciso allora? Andiamo al ristorante?
     - Non so, pensavo avessi deciso tu.
     - Sì, certo.
     - Non chiami tuo marito per avvisarlo?

    Passasti un braccio sulle mie spalle e sorridesti. Ebbi un fremito di piacere e mi sforzai di non darlo a vedere. Volsi lo sguardo verso di te e incrociai i tuoi occhi, ma sapevo già dove volevi arrivare.
     - Beh, non rispondi?
     - Ci sono sere in cui non mi sento per nulla moglie e non ho casa.
     - E' per questo che stasera sei qui con me?
     - Magari ho solo bisogno di un giaciglio su cui riposare.
     - E tuo marito? 

    Il bookcafè del parco era poco lontano. Entrasti per prima nel locale precedendomi di pochi passi. Il maglione di cachemire ti fluttuava sulle spalle. Restai affascinata dal tuo fondo schiena a forma di mandolino e mi persi a guardarti le natiche. Ti seguii da presso accomodandomi a un tavolo che avevi scelto un po' in disparte. Un cameriere si avvicinò. Accese il lume mangiafumo porgendoci la lista del menù.
     - Non avvisi mai tuo marito quando rimani fuori a cena?
     - Sì, ma stasera non mi va.
     - Non ti chiede mai con chi sei stata?
     - Sì, ma preferisco raccontargli delle storie.
     - Sai mentire a chi ami?
     - A volte sì.
     - Perché?
     - Penso che sia giusto rendersi liberi dagli affetti e dalle cose e sconfinare in realtà nuove. Non credi?
     - Non per me.

    Conoscevo le tue giustificazioni, ma non le potevo accettarle. Anch'io sono stata legata a una persona che usava mentire. Lo faceva nello stesso modo che tu dicevi menzogne a chi mi aveva preceduta nel tuo cuore ed anche a tuo marito. Ma in quel frangente non m'importava di nulla, ero sedotta dal tuo modo di fare e desideravo azzannare il tuo corpo più di ogni altra cosa.
     Il cameriere tornò poco dopo offrendoci del paté di fegato d'oca e dei crostini di pane tostato che consumammo come stuzzichini prima della cena, unitamente a un bicchiere di verdicchio la cui bottiglia il cameriere posò, dentro un contenitore termico, con ghiaccio, sul tavolo davanti a noi.           Rimasi a osservarti con grande interesse mentre spandevi la pasta di carne sulle tartine con la punta del coltello. Allungasti le dita fino alle labbra inghiottendo rapidamente un crostino e un altro ancora. In quell'istante pensai che quelle stesse dita avrebbero potuto toccare il mio corpo e mi ritrovai ancora più eccitata di quanto lo ero prima di cenare. Ordinai dell'insalata nizzarda con dell'aragosta e tu del salmone. Per un po' parlammo di scuola, di giovani e della società che cambia, esauriti questi argomenti fra noi calò il silenzio.
     - A cosa pensi? - dissi.
     - Penso che ho voglia di fare l'amore con te.

Ponte Verdi era illuminato dalle luci dei lampioni. Camminammo in direzione del parcheggio della Pilotta, e tu mi tenevi sottobraccio stringendoti a me, incurante della gente che poteva vederci.
     - Vieni a letto con me?
     - Ora?
     - Sì. 

   Mi azzittii per la sorpresa. Tu, indifferente ai passanti che transitavano numerosi sul marciapiedi, mi schiacciasti contro il muretto di protezione del ponte, guidasti la mano sotto la cintura dei miei jeans sfiorandomi i peli del pube, poi ti chinasti su di me e mi baciasti. Le tue labbra erano soffici e delicate, cedetti alle tue lusinghe e contraccambiai il bacio.
     - Penso che non sia una buona idea.
     - Perché?
     - Tu non sei libera, hai un marito.
     - Non farti scrupolo, meglio non avere rimpianti.
     - Ma io non sono come te.
     - Significa che non vuoi invitarmi a casa tua?
     

     Ero irritata per la tua franchezza, ma lo ero ancora di più con me stessa, perché non mi sentivo per niente indignata per il modo in cui avevi esplicitato l'indecente proposta, ma sarei rimasta maggiormente delusa se non me l'avessi fatta. Ti mettesti a ridere, vedendomi imbarazzata e ripetesti la domanda.
     - Andiamo a casa tua?
     - Sì. - risposi, stavolta decisa.
     Le lenzuola del letto di casa accolsero i nostri corpi. Sollevasti la mia maglietta insinuando le dita sui capezzoli. La tua lingua iniziò a perlustrarmi le tette. Ficcai le dita sotto la tua gonna e scoprii che non indossavi le mutandine. Ti sdraiasti sulla mia schiena avvolgendomi il costato con le braccia, bloccandomi le tette con le mani. Restammo abbracciate a lungo, la pesantezza dei tuoi seni sulla mia pelle mi fece venire. Aprii le cosce e mi lasciai scopare.
     Abbiamo fatto l'amore, poi te ne sei tornata a casa. Niente avevi promesso e niente ti sei portata via, ciò che mi hai lasciato è solo un po' di nostalgia.

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La commessa Ilaria

di aruzza (16/02/2007 - 16:42)

eh sì, perché dovete sapere che gestire un grande mercato della calzatura è molto complicato, sia dal punto vista amministrativo, sia da quello pratico…molte volte mi capitava di dover rimproverare le mie commesse perché troppo negligenti o addirittura scortesi con i clienti… come si sa a volte esagerano, ma ahime hanno sempre ragione; …ma Ilaria no…non che fosse sottomessa, anzi sapeva il fatto suo, ma la sua affidabilità e professionalità erano veramente al di sopra della media. Non era bellissima, le altre commesse erano sicuramente più affascinanti, alta 1,60 circa, capelli a caschetto biondi e molto magra. A volte la prendevano in giro per la statura minuta, ma lei si limitava a girarsi dall’altra parte… purtroppo la prediletta del capo non è mai vista di buon occhio! L’unica cosa che potevo rimproverarle era la poca cura del particolare, non curava molto l’aspetto e in certi casi la presenza è molto importante; preferiva la comodità all’eleganza, mentre le altre ragazze tentavano di essere il più sensuali possibile con minigonne mozzafiato e tacchi a spillo, lei portava maglioni castigati e poi…e poi non sopportava le scarpe col tacco, diceva che le davano troppo fastidio, così il più delle volte indossava delle scarpe da ginnastica del modello più in voga, almeno quello me lo aveva concesso; sì perché le prime volte si portava da casa delle zoccole aperte tipo “Dr. Scholl’s” ed era veramente troppo, inconsciamente la cosa mi garbava parecchio, aveva dei piedini veramente rispettabili, morbidi, un po’ arrossati sui talloni e ditine sottilissime, ma avevo messo da parte le mie fantasie erotiche e un mattino le avevo detto “Basta Ilaria con questi zoccoli, sembra che fai la donna delle pulizie!”…lei che non aveva mai osato contraddirmi disse “Lo faccio solo perché sono più comoda e riesco a lavorare meglio, tutto qui!”, “Lo so… ma ci vuole un po’ di gusto nelle cose, guarda ho un’idea potrai inodssare i nostri miglori modelli di scarpe da ginnastica almeno ci farai un po’ di pubblicità”… da quella mattina arrivava a lavorare e si metteva le scarpe che io sceglievo a seconda del modello da proporre… Fantasticavo molto sui suoi piedi e tutte le mattine avevo l’opportunità di vederli mentre si cambiava, erano così nervosi.. così graziosi…
Una sera arrivò da me Giorgia, un’altra commessa molto carina e molto “stronza”, probabilmente mi faceva il filo ed era gelosa delle attenzioni che mostravo per Ilaria…”La nostra cara si cambia le scarpine,ooh le fanno male i piedini!” lo diceva sempre al mattino quasi come un rituale… ma quella sera l’aveva studiata proprio bella.
“Senti Giacomo ieri sera sono andata a cena con il direttore commerciale di G**** e dice che domani vuole venire da noi per darci un premio produzione, non è fantastico?”, “Certo è bellissimo, ma guarda te sei terribile, sai coinvolgere chiunque”, “la classe non è acqua!..ma” “ma?””ma dobbiamo farci trovare in ordine, è un tipo molto attento ai particolari, secondo me noi commesse dovremmo indossare quel nuovo modello di stivali per la collezione autunno/inverno, non pensi che sia una buona idea?” “Ah, beh il Signor G*** ha puntato tutto su quel modello e se lo promuoviamo faremo sicuramente bella figura, dai OK!”…era molto tardi ed Ilaria era già andata via “Allora ragazze, avete sentito, domani bella presenza e stivali G**** dovremmo averli per tutte” e Giorgia disse “ho già controllato ci sono proprio per tutte…ah forse, non mi ricordo ma Ilaria porta il 36?”..io mi ricordavo bene che numero portava ma non dissi niente ed intervenne Mara “No mi pare il 38” allora Giorgia “Va bè è rimasto solo il 36 si dovrà accontentare per una volta!”…io dissi “Certo,certo dobbiamo fare bella figura”.
Era il 2 di Settembre e faceva ancora molto caldo, quella mattina arrivai per primo, alzai la serranda e vidi arrivare Ilaria…”Ciao, questa è una grande giornata, pensa che viene a visitarci il direttore commerciale di G*** e dice che ci darà un premio produzione” “Ma davvero?E’ fantastico” entrai nel negozio e intanto arrivarono le altre. Giorgia arrivò di corsa “Allora ragazze dobbiamo prepararci prima che arrivi, vado a prendere gli stivali”… corse sul retro e tornò con cinque scatole di quel modello famigerato, mentre le ragazze indossavano gli stivali, Ilaria era già andata sul retro per compiere il suo rituale mattutino, ma tornò indietro perplessa “Giacomo dove sono le mie scarpe da ginnastica?”…”Ah sì, per sta mattina dovrai indossare quegli stivali, sai per promozione…” “Quelli?” “Sì dai per una volta non puoi fare obiezioni!” erono stivali in pelle sottile, nera con una stella sulla punta ed avevavno un tacco di 12 cm., alti fino al ginocchio…”No dai Giacomo sono scomodissima con quelli”… Giorgia un po’ seccata”Mettiteli e stai zitta, vuo farci perdere un’occasione?” le porse l’ultima scatola rimasta, Ilaria li guardò e disse “Ma sono 36, io porto il 38” “Non importa vedrai che ti vanno bene lo stesso”…io dissi “Dai Ilaria non perdiamo tempo”.
Si sedette sullo sgabello, si tolse i sandali alla frate che aveva e prese gli stivali…”oh caspita…avete percaso delle calze?” Si guardò intorno ma nessuna le aveva, ne avevano portato un paio solo ed era per loro..”Cazzo con questo caldo…” L’atmosfera era già abbastanza tesa e non obbiettò più… si infilò a fatica gli stivali senza calze.
Stava molto bene, le slanciavano la figura, la rendevano più femminile e per rincuorarla le dissi “Sei bellissima!”; in quel momento entrò il Direttore commerciale…la giornata fu molto stressante, il tipo fece un mucchio di domande e di controlli, ma alla fine riuscimmo ad avere il premio ed i migliori complimenti; Ilaria e le altre conoscevano alla perfezione ogni particolare tecnico delle calzature della casa G**** e potevano presentarle al meglio ai clienti interessati all’acquisto…e poi il Sig. G**** era rimasto molto incuriosito dall’eleganza e il portamento con cui le nostre commesse indossavano quel modello di stivali; propose persino ad alcune di loro di sfilare per un catalogo….
Eh sì…era andato proprio tutto bene e non senza sacrifici, soprattutto per Ilaria….aveva dovuto tenere quelle “prigioni ai piedi” per tutto il giorno; ogni tanto notavo la sua voglia irrefrenabile di toglierseli, faceva perno con la punta dello stivale sul pavimento e quando non era osservata si prendeva in mano la caviglia e la massaggiava….senza tenere conto che Giorgia passando davanti a lei con fretta le aveva pestato un piede per sbaglio (per sbaglio?), Ilaria aveva emesso un gemito soffocato e tra i denti l’aveva insultata….
La giornata era finita ed il Sig. G*** prima di andarsene ci invitò tutti ad un cena d’affari con il presidente della società, io ero lusingato… “Ma devono venire anche le ragazze?…sa magari sono stanche…” e lui “Certo…e poi si figuri delle commese sono abituate a lavorare non crede, poi le dirò di più….la vera immagine e punto di forza del suo negozio sono proprio loro!”…”va bene allora…” e intervenne subito lui “Allora ragaze siete tutte invitate a cena con il presidente…mi raccomando venite vestite così…siete eccezionali!”….io guardai le ragazze e sui loro volti c’era un’espressione di felicità soddisfatta…certo, tranne che per Ilaria, poverina, non ce la faceva proprio più con quegli stivali, dovevano essere proprio una tortura per lei….Mi si avvicinò con lo sguardo basso e nell’orecchio mi disse “Giacomo, ti prego lasciami andare, non resisto più!”…”sei stata incredibile oggi…ti devo chiedere quest’altro sforzo, non deludermi, lo sai che sei la migliore…e poi ti prometto che se accetterai, tra due sere ti porto a cena solo con me…Ok?”. Sapevo che Ilaria non poteva rifiutare, primo perché era molto ligia al dovere e poi perché aveva una certa cotta per me, sì vedeva da molti atteggiamenti, me lo sentivo che era così…
Ma questa volta non mi rispose nemmeno, fece cenno di Sì con la testa e si massaggiò nuovamente la caviglia.
Andammo tutti da “Fernando”, un ristorante elegante proprio di fronte al negozio, lì davanti ci aspettava il presidente che era appena arrivato con un taxi…. “Buanasera Sig. Giacomo, ho già avuto modo di sapere dal mio collega che vi siete comportati bene oggi…””Bè…penso che sia stato il minimo per riconoscere il giusto prestigio ad un’azienda come la vostra!” “certo,certo…ah vedo che le commesse si presentano proprio bene…in linea con la moda e soprattutto indossano tutte quel modello di stivali…Lo sa che l’ho disegnato io personalmente?” “Davvero?…allora devo farle i complimenti ha una linea invidiabile” “Sì,Sì…anche se non ho badato molto alla comodità…sa la moda è moda a scapito di tutto e poi è un modello rivolto ad una clientela giovane e come si sa le ragazze giovani non guardano certo la comodità…” “certo…sono perfettamente d’accordo…allora entriamo?” “Sì, dopo di lei”.
Le ragazze intanto ridevano e scherzavano con il Sig. G*** , sembrava tutt’altro che burbero al di fuori degli ambienti di lavoro…Ci sedemmo ad una lunga tavolata, di fianco a me avevo Giorgia e Ilaria, poi di fronte il Sig G*** affiancato dalle altre e naturalmente a capo tavola c’era il presidente…..
La cena era proprio squisita, portate su portate, e intanto si discuteva di progetti molto allettanti con il presidente che non mancava certo di spirito con le sue battute fini e gentili…

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La vaniglia

di aruzza (07/02/2007 - 18:41)

Sento il marmo sotto i piedi, sento il freddo salire lentamente alle caviglie e lungo i polpacci, un freddo che sembra privarmi di qualsiasi sensibilità. Non mi muovo, lasciando la pelle a questo contatto. Immobile in mezzo alla stanza respiro a fondo e lentamente, sento il mio seno sollevarsi e di nuovo ridiscendere morbido, sento le dita delle mani appoggiarsi leggere sulle cosce, mentre le braccia rilassate si distendono lungo i fianchi. Non penso a te, mi curo soltanto del mio corpo, del mio corpo e delle sue sensazioni, del calore sprigionato dal contatto della pelle sulla pelle, della sensualità lenta e impalpabile del respiro e di questo freddo sottilissimo, paralizzante e pure così piacevole. Respiro a labbra socchiuse e le sento tendersi, asciugarsi, tirarsi sotto le carezze costanti del mio respiro. Respiro e lascio che la lingua vi scivoli sopra, umida, morbida, discreta.
Respiro e ascolto, ascolto il rumore di un fiammifero accendersi ed il lieve, quasi impercettibile odore di zolfo liberarsi dalla sua fiamma. Immagino le tue mani accendere ad una ad una le candele e ne sento il profumo, un leggero, dolce profumo di vaniglia. Vedo l'effetto delle loro fiamme sulle pareti della stanza ed il loro tremulo gioco sulla mia pelle. Lo immagino e lo vedo prendere forma nella mia testa, oltre la seta nera che accarezza i miei occhi e l'oscurità sensuale che mi circonda. Ti avvicini e sento il tuo profumo. Il tuo profumo e un calore sempre più intenso che scivola avvolgente sulla mia pelle e piano scende lungo la curva morbida del mio seno. La fiamma trema mentre il calore si fa più forte, vivo. Lo sento crescere e sento il fuoco quasi toccare il mio capezzolo. Un istante, insopportabile, acuto, violento. Sento il dolore affondare nella carne e salire dritto al cervello. Sento la pelle dolente bruciare e il desiderio di urlare arrivare fino alle labbra. Un istante ed inaspettatamente sento la tua lingua, calda, bagnata, umida leccare lentamente la mia pelle. Sento la saliva scivolare piano e le tue labbra morbide cercare di darmi sollievo. Ti cerco con il viso e lascio che le mie mani si perdano nei tuoi capelli, voglio accarezzare il tuo bacio. Ti rialzi lentamente, sento il tuo profilo sfiorarmi il viso e istintivamente mi volto a cercarti. Apro leggermente la bocca e aspetto che sia tu a volerlo. Un gioco rallentato e sento le tue labbra appoggiarsi alle mie, un bacio caldo, morbido, sensuale. Mi prendi per le mani, mentre ho ancora in bocca il sapore di te e mi guidi. I miei piedi scivolano morbidi sul tappeto, pochi passi e di nuovo si fermano. Ti sento sedere e la tua pelle nuda aderire perfettamente al divano. Immobile in piedi mi guardi. Sento il tuo sguardo scivolare sul mio corpo, accarezzare la mia pelle. Sento le tue dita scivolare sulle spalle e scendere giù verso il seno, le sento disegnare morbide linee tondeggianti, correre accarezzandomi e sfiorare i capezzoli senza fermarsi. Sento un brivido e tu che disegni sulla pelle delicata del mio ventre. Sento i tuoi pollici massaggiarmi e premere leggermente, sento il tuo respiro farsi sempre più vicino e il tuo calore umido accarezzarmi. Sento le tue dita risalire leggermente, scorrere morbide lungo i fianchi e scendere a fior di pelle seguendo la linea rotonda dei miei glutei.
Mi allarghi le gambe e stai così immobile per qualche secondo. Sento la pressione calda delle tue mani e le tue dita nascondersi fra le cosce. Sento la tua bocca avvicinarsi e stuzzicare l'ombelico, sento la punta della tua lingua intrufolarsi e solleticarmi giocando. Poi ti fermi e per un momento non sento più niente. Non il tuo respiro, non i tuoi baci, non le tue mani. Vorrei poterti vedere, cercare, toccare, ma resto ferma, immobile, in silenzio, accarezzata soltanto dal buio della seta.
Ed ecco la tua mano scivolare indiscreta sul mio sesso togliendomi il respiro. La sento accarezzarmi e bagnarsi calda del mio piacere. La sento premere, spingere, muoversi lentamente lungo le mie labbra ormai fradice d'eccitazione. Un brivido e il mio respiro diviene gemito leggero.
Il mio bacino inizia a muoversi, lentamente, assecondando il ritmo dei tuoi tocchi. Il clitoride è duro, gonfio, avido delle tue carezze. Vorrei guardarti, liberare i miei occhi e vederti. Vederti mentre mi accarezzi, mentre ti tocchi, ma non posso e sento soltanto il tuo respiro spezzato. Lo sento ed immagino la tua mano scivolare lentamente sul tuo pene, accarezzarlo, stringerlo, masturbarlo. Ti sento ed immagino le tue carezze veloci, poi rallentate e di nuovo forti. Vorrei allora allontanare la mano, inginocchiarmi davanti a te e far scivolare le mie labbra, giocare con la lingua e sentire in bocca il tuo sapore. Inaspettatamente mi sento tirare, le tue mani si serrano sulle mie cosce e mi aiutano a salire sul divano. Sono in ginocchio sopra di te. Sento le tue mani scorrere sui miei fianchi e arrampicarsi verso il seno. Sento le tue carezze piene, morbide e le tue dita affondare. Sento la punta dura del tuo pene sfiorare il clitoride e strofinarsi fra le labbra. Il respiro si taglia e scivolo in avanti appoggiando le braccia al sedile. Giochi così, stuzzicandomi e mi sembra d'impazzire. Poi finalmente le tue mani mi spingono verso il basso e sento la tua punta bagnata appoggiarsi all'ingresso. Il respiro si ferma, mentre tu inarchi leggermente la schiena e lentamente ti sento entrare, scivolare piano dentro di me. Stiamo così, immobili per qualche istante lasciando che i nostri corpi completino il loro abbraccio, poi lentamente sento le tue mani guidare i miei movimenti e il mio bacino muoversi lento. Un gioco rallentato, morbido che insegue il respiro. Inarco la schiena, lasciando che il mio abbraccio caldo e sensuale ti avvolga stringendoti. Mi muovo così, con lentezza, sopra di te. Sento le tue dita serrarsi ai miei fianchi e la tua lingua calda leccarmi la gola. M'inarco di nuovo ed immobile stringo le mie cosce alle tue. Ti sento affondare e sollevarti. Ricomincio a cavalcarti, più forte. Il ritmo aumenta, la testa mi gira ed il buio che lega i miei occhi sembra gettarmi in un vortice senza dimensione. Sento la mia pelle scivolare calda sul tuo corpo e il mio respiro fondersi con il tuo. Le mie labbra liberano gemiti strozzati, mentre le tue mani corrono lungo la mia schiena. Sento le tue unghie graffiare la mia pelle e le tue braccia stringermi sempre più forte. Ti sento dentro di me e non smetto di muovermi. Ti cavalco e ti voglio, mentre il ritmo diviene ormai incontrollato. I nostri corpi si muovono l'uno sull'altro bagnati dal piacere, si cercano, si sfregano, si attraggono. Perdo il controllo e sento le mie dita conficcarsi nella pelle del divano, sento le tue braccia stringermi, spingermi verso il basso e il tuo bacino sollevarsi. Sento i tuoi colpi affondare decisi, il tuo respiro spezzarsi e finalmente il tuo liquido caldo esplodere dentro di me sprigionando il mio stesso piacere, in una contrazione istintiva, violenta, dolorosa.
Mi muovo ancora, piano, su di te ritrovando il respiro e il controllo del mio corpo. Dondolo adagio mentre sento le tue mani liberare i miei occhi, li apro lentamente sentendo un dolore sottile e finalmente posso guardarti. Mi perdo nel tuo sguardo accarezzandoti e baciandoti mentre le candele continuano a bruciare, liberando un dolce profumo alla vaniglia.

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L' ispezione

di aruzza (07/02/2007 - 17:28)

E' cosa universalmente nota che un padrone possa e debba ispezionare la sua schiava... luoghi e modalità sono a sua discrezione....
“Cara, sono a casa!” saluta varcando la soglia dell'ingresso. Chiude la pesante porta di legno scuro dietro di sé, e si toglie il cappotto.
“Bentornato!” lo accolgo distrattamente, continuando a seguire i fornelli.
Lo sento varcare la porta della cucina, è dietro di me, il braccio si allunga verso la mia vita e mi cinge a sé. La sua ombra mi sovrasta, il braccio libero mi sposta e capelli da un lato ed un bacio si posa sul mio collo.
“Hai fatto la brava?” s'informa.
“Sì” rispondo arrossendo “Lasciami seguire la cena” protesto pudicamente.
“Continua pure” acconsente in un sussurro.
“Và bene” rispondo sollevata.
Però lui non si ritrae, continua ad ergersi dietro di me.
“Continua pure” ripete, mentre le sue mani iniziano a lavorare sull'abbottonatura e sulla lampo dei miei jeans, e me li abbassa piano piano.
Arrossisco violentemente... mi umiglierà ancora una volta....
Prima una gamba, poi l'altra... e non li indosso più.
Mi abbassa le mutandine, con ancor maggiore lentezza e me le sfila.
“T'ho detto di continuare a cucinare” mi rimprovera con voce imperiosa; s' è accorto che ho smesso di mescolare il riso.
Non riesco a ribattere, ma obbedisco al comando.
E' dietro di me, ma percepisco cosa stà facendo....
Porta le mutandine alle labbra, dopo averle annussate, ora la lingua inizia a leccare dove s'è posato il mio fluido.
“La biancheria di seta è costosa...” la sua voce è tagliente.
“Lo so” rispondo timidamente.
“Erano un regalo.... devi imparare ad aver più cura delle nostre cose” mi reguardisce “Ti insegnerò io a farlo” acconsente malizioso.
Spegne il fuoco dei fornelli e mi accompagna nel bagno, cingendomi col braccio, la mano posata sui monti di Venere.
Mi spinge delicatamente dentro la doccia, dove ha voluto installare una seggiolina di plastica.
Mi fà sedere, io protesto sommessamente....posso lavarmi da sola.
Ma lui sorride, tintinnando la testa, e mi divarica le gambe.
Mi passa il tubo flessibile della doccia idromassaggio e mi prega di tenerlo e di dirigerlo sulla figa. Prende la spugna morbida ed inizia ad insaponarmi, a frizionare.
Io mi stringo ai braccioli della sedia.
La pressione dell'acqua mi stimola, le sue carezze mi elettrizzano.
Facccio pipi.
Lui si eccitata ancor più e continua con maggior vigore.
Piango mentre il mio corpo vibbra di piacere.
Lui mi guarda di sottecchi e mi dà della puttanella.
Ma non è acora soddisfatto.
Il lavoro di spugna si placa e viene sostituito...
Le sue dita si fanno spazio nel mio orifizio.... uno, due, tre....
Mi avvinghio a lui, supplicando maggior piacere...
La sua risata pervade la stanza.....puttanella...............

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